Racconto di un viaggio speciale: diario del corso Voglia di Volare.
Friday 25 April 2008

Di Valentina "Ruby"


Sono le otto di un sabato mattina di primavera e sono sul trenino che da Trastevere mi porta all’aeroporto di Fiumicino. Non so se sono più agitata o insonnolita: mi sono alzata alle cinque certa che fossero le sette e che la sveglia del telefonino si fosse dimenticata di suonare. Ovunque vedo segnali che mi dicono che sto andando verso una morte certa: all’arrivo la voce registrata nel treno dice: “You arrived at your Final Destination”.  Grazie tante.

Luca mi ha telefonato qualche giorno fa per spiegarmi di andare al gate C e poi di uscire per prendere lo shuttle-bus giallo fino alla fermata 16. Mentre aspetto la navetta incontro Francesco, il primo dei miei compagni di viaggio. Anche lui si è iscritto al corso Voglia di Volare. Sembra tranquillo, ma forse non lo è davvero, visto che riesce a dire solo “esatto”. Più tardi scopro che si è svegliato alle due del mattino e ha cambiato tre treni per arrivare qui da Ancona.
Come si dice a Roma, un’ammazzata.

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Alle nove e mezza siamo in sedici ad attendere i responsabili del corso - Luca Evangelisti e Ilaria Petrini - all’ingresso del quartier generale tecnico dell’Alitalia. Mi guardo intorno. Sembra che il caso si sia divertito a scegliere un campione diverso di ognuno dei tipi umani che esistono nel mondo.
La paura (e il coraggio, visto che siamo qui) è democratica: non fa distinzione di sesso, età, estrazione sociale, cultura, interessi.

Poco dopo siamo dentro. Sembra di essere tornati a scuola: ci sono i banchi disposti a elle, su ognuno una bottiglia d’acqua minerale e un cartellino come quelli delle conferenze, con su scritto in grande il nostro nome col pennarello colorato, e il logo di Voglia di Volare.

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Niente cognome: se preferiamo possiamo restare anonimi.
A turno raccontiamo perché siamo arrivati lì.
C’è chi, come me, ha sempre volato tranquillo, poi dopo la nascita del primo figlio non ha più potuto mettere piede su un aereo senza stare malissimo, fino ad arrivare al punto di non poterci più salire.
C’è chi non ha volato mai per settant’anni. C’è chi vola e sembra sereno, ma dentro è l’inferno. C’è chi soffre di claustrofobia e non prende neanche l’ascensore. C’è chi si butta dalle colline in deltaplano ma l’aereo no, non se ne parla. C’è chi al corso ci è venuto - in aereo - da Catania.
C’è una donna bellissima, che ha superato grandi prove nella vita, e che in confronto questo corso è una vacanza. C’è suo figlio che sembra il fratello, e l’ha portata qui per amore.  

Luca inizia a parlare e ci racconta che cos’è la nostra paura. Ci dice che l’aereo è il chiodo ideale su cui appendere ansie e timori che non lo riguardano minimamente. Ci spiega di che materia siamo fatti, noi tutti esseri umani, ci racconta perché la natura e l’evoluzione ci hanno dato emozioni che esistono già da prima della nascita.
Luca dice anche che è una questione di carattere: ci sono i tipi Gialli, che sono dipendenti dalle cose conosciute, che hanno bisogno di avere a portata di mano le persone e le cose più care, e quelli Blu, autonomi, che vogliono fare tutto da soli, fissati con il controllo. Cose così. Non le so spiegare bene quanto lui.
Quello che sento con chiarezza è che, mentre Luca ripete il mantra che ha perfezionato in undici anni di lavoro,  come per magia la paura si smonta. Si scompone in tanti piccoli pezzi, più leggeri, volatili. Non esiste più quel blocco di granito che avevo sullo stomaco. Ora la paura mi sembra di poterla prendere e appoggiare sul banco per osservarla. E’ ancora lì, ma non è dentro, è fuori. Mi dice: tanto lo sai che se sali su un aereo non è possibile che poi torni a casa. Per una volta non le rispondo, ma la ascolto. Come sempre.

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Luca passa dalla psicologia ai numeri. Quei numeri che forse tutti i presenti nell’aula 14 conoscono a memoria, ma una cosa è sentirselo dire dal giornalaio - è molto più sicuro annà in aereo che in automobile, tié, guarda il corriere, strage del sabato sera,  o la classica frase è come se quando esci di casa pensi che te casca un vaso in testa - un conto è vederli scritti sul grande blocco col pennarellone che scricchiola.
Eccoli qua. 
Prima di tutto, non siamo soli: dall’indagine nazionale della Doxa sull’aereofobia è emerso questo risultato: il 55% degli italiani ha paura di salire a bordo, e dentro ci possiamo mettere tutto: da un leggero fastidio al terrore puro.

Poi le statistiche sulla sicurezza del volo: nel 2006 1 (uno) aereo su 2.000.000 (due milioni) ha avuto un problema.
Nel senso che l’aereo ha subito danni, ma non sempre anche i passeggeri. Certo qualcuno sì, ma è lo stesso che pensare che se esci di casa forse ti cade un vaso in testa.

A parlare di aerei in senso più tecnico c’è Stefano, comandante in Alitalia da dieci anni. E’ alto, trasmette calma e sicurezza, ha le mani grandi, somiglia vagamente a Greg di Lillo & Greg, al polso ha l’orologio che portano tutti i piloti. Prima pensavo: ma come fa un autobus - o peggio, una supposta - con le ali a stare sospeso nel cielo? E’ una follia. Invece scopro che era la mia percezione a essere del tutto distorta: Stefano ci insegna che l’aereo vola perché ci sono precise leggi fisiche che lo fanno stare su. Non è sospeso nel nulla: l’aria è un fluido, e con la velocità diventa solida.
E poi i motori: tutti i calcoli sono fatti perché l’aereo arrivi tranquillo a destinazione con un motore solo, anche se ogni aereo di linea ne ha minimo due. Un aereo viene controllato ogni giorno. Ogni settimana più approfonditamente. Ogni mese ancora di più. E via così. Niente è lasciato al caso.
Ci sono diversi tipi di aerei. Con Stefano scopriamo che si è autorizzati a pilotarne un modello solo per volta. Se ci si specializza su un altro, si perde la patente di quello prima. Anche se lo hai guidato per dieci anni. Anche se lo conosci a menadito, se lo hai fatto decollare e atterrare centinaia di volte, non è più tuo. Perché, e questo è il campo di Ilaria, subentra lo Human Factor. In poche parole, si sa che in situazioni di stress il cervello può andare in confusione.
Per questo lei ogni mese allena il personale di bordo a ripetere le procedure di emergenza.
Ci dividiamo in gruppi. Il mio gruppo segue Ilaria in una grande stanza dove ci sono modelli di porzioni di aereo riprodotti in scala 1:1. I grandi scivoli contenuti nelle porte dell’aeroplano sono aperti. Ilaria ci spiega che servono a scendere in meno di novanta secondi in caso di necessità.
Possiamo provare? Purtroppo no, ma tra poco ci aspetta il simulatore che, da solo, vale il viaggio e la spesa.

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Il simulatore riproduce in tutto e per tutto una cabina di pilotaggio. Costa undici milioni di euro. E’ qui che i piloti dell’Alitalia imparano a portarci in giro per il mondo in tutta sicurezza.
Entriamo in cinque. Stefano è al posto di comando, dice: vado, posso chiudere? Il deltaplanista ha paura, io provo esaltazione. Tanto lo so che siamo a terra, gioco tutti i giorni alla Playstation con mio figlio Niccolò. Mi siedo al posto del copilota e si parte. Il simulatore si alza, lo schermo a 180° riproduce esattamente la pista di Fiumicino.
Il comandante decolla, poi imposta i dati sul computer e si rilassa. L’aereo ha una tecnologia così avanzata che in fase di crociera si guida da solo. Mi diverto sempre di più. C’è l’equivalente del Tom Tom che decide la rotta, c’è il radar che segnala le condizioni atmosferiche. Proviamo a simulare una perturbazione: Stefano la imposta leggera, io vorrei provare quella tosta, come sulle montagne russe. Ma tanto in volo non la proverei, perché nel 99% dei casi il pilota la evita. La vede sul suo radar e cambia rotta. In casi estremi non si parte. Proviamo la riattaccata. Divertente. Non c’è NULLA di pericoloso. In questo momento capisco che l’unica cosa pericolosa è la mia non conoscenza intorno a tutto ciò che riguarda il volo. Per la prima volta da tanto tempo ripenso a quando era un’esperienza esaltante, di grande libertà.  Vado a casa stanca ma felice di aver provato questa strada, ho ancora paura, ma per la prima volta penso che forse – forse – potrò vincerla.

La mattina dopo mi sveglio con calma. C’è il sole. E’ domenica, è finito lo yogurt di Francesco. Toglietemi tutto ma non il mio yogurt. Alberto va a cercare lo Scaldasole, mentre io mi vesto e cerco di non pensare a dopo. Non lo trova. Pazienza, devo andare.
Oggi si vola. 12.30. MD80 Roma-Milano.
Ce la farò? Ce la faranno gli altri? Ho caricato l’i-pod?
Faccio tardi, e arrivo in Alitalia alle 11.00.
Ilaria mi viene a prendere all’ingresso e mi sgrida. Mi fa bene.
Luca sta spiegando le tecniche di rilassamento. Respirare nel sacchetto di carta se sale il panico. Training autogeno.
Come al solito sono insofferente, penso al dopo. Ce la farò?
Il bestione d’acciaio è lì che ci aspetta.
Il patto è chiaro: saliremo tutti a bordo, ci allacceremo le cinture, ma prima che si chiudano le porte saremo liberi di dire: voglio scendere. Come allievi di Voglia di Volare abbiamo diritto ad evitare la fila: qualcuno ha mai sentito parlare di ansia anticipatoria?

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Ilaria distribuisce le carte di imbarco in Freccia Alata, la sala vip di Alitalia. Vediamo chi c’è, pensa qualcuno. Giornali gratis, penso io. Che fico. Avvistano Albano, io incrocio lo sguardo di Alberto Michelini.
Vedo Caterina che mette nella bustina trasparente per il check-in una boccetta di Lexotan. Guardo Luca: posso prenderne cinque gocce? Luca mi dice: vieni con me.
Mi porta nel corridoio fuori dalla sala e mi dice: cammina all’indietro. Mentre cammino mi fissa e mi chiede: da uno a dieci, quanta ansia hai? Cinque, rispondo. Cammina. E adesso?
Quattro. Cammina. Poi mi spiega: l’ansia me la costruisco da sola, se la mia mente si impegna a fare qualcos’altro lei diminuisce. Psicologia cognitivista - comportamentale. Grande invenzione. Tre. Due. Uno,
Ci avviamo. La gente guarda incuriosita. Gita aziendale?
Viaggio premio? Passiamo il check-in e siamo pronti all’imbarco. Mentre attraverso il “tubo” (?) attaccato alla porta anteriore dell’MD80 inizio a star male. Mi sudano le mani.
Dico Luca mi viene da piangere, ti siedi vicino a me?
Lui dice tranquilla, siamo tutti qui.
Ci imbarchiamo per ultimi per evitare che l’attesa a bordo con le cinture allacciate ci faccia salire il panico. Un’idea geniale nella sua semplicità.
Ci sediamo nei posti davanti: c’è meno rumore lontano dai motori. A qualcuno dà sicurezza essere più vicino ai piloti.
Io sono tra quelli.

I posti sono assegnati a caso. Mi siedo vicino a Maurizio.
Già ieri lo vedevo così calmo che più volte gli ho chiesto cosa ci facesse lì. Lui è un tipo Blu: vuole conoscere i dati tecnici perché teme le turbolenze.
Oggi turbolenze non ce ne saranno, il tempo è bellissimo.
“Assistenti di volo armare gli scivoli”.
Si stanno per chiudere le porte. Nessuno chiede di scendere. Prima conquista. Luca mi aveva già raccontato che è accaduto pochissime volte. La percentuale di successo del corso supera il novanta per cento.
A bordo c’è un clima allegro, si ride, si chiacchiera, ci si prende in giro.
Non faccio caso alla dimostrazione sulle procedure di sicurezza. Ilaria ci ha spiegato che sono obbligatorie, non si può partire senza. In cielo neanche una nuvola.
“Assistenti di volo prepararsi al decollo”.
Ci siamo. Mi sudano le mani. Mi sudano anche adesso mentre scrivo. Ho chiara nella mente l’immagine del mio ultimo volo, quello che mi ha fatto stare male.
Era un altro Roma-Milano. Mi rivedo minuscola, incastrata e sospesa in un sedile che sale in verticale. Scherzi della mente. Il decollo è dolce. Non si prova niente di particolare mentre l’aereo prende velocità sulla pista e poi – meraviglia - si stacca da terra.

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Esplode qualcosa. Non è l’aeromobile, perfettamente a suo agio appoggiato sull’aria. Esplode la felicità.

Guardo fuori dal finestrino la terra dall’alto.
La paura è scomparsa, non esiste più. L’abbiamo fatta brillare come una valigia sospetta. Dentro la valigia non c’era solo la paura di volare: c’erano tutte le ansie che mi portavo dietro da tempo, il senso di pericolo imminente, di catastrofe pronta a colpire da un momento all’altro. Puf.
Sono libera. E’ una sensazione difficile da descrivere.
Credo che ogni paura ne alimenti un’altra. Ora le mie paure non trovano più niente di cui nutrirsi. Non ho più tempo per loro.
Ho altro da fare. Godermi la vita. Vedere il mondo, parlarci, e provare raccontarlo. Fare una sorpresa a Niccolò che ha quasi otto anni e non ha mai volato. Lo porterò a Venezia in aereo.

Atterriamo a Milano. Si mangia qualcosa in aeroporto ed è già tempo di ripartire.
Mi siedo al posto finestrino. Voglio solo guardare fuori.
Luca si siede vicino a me. L’aereo decolla. Quasi non me ne accorgo. Incasso complimenti. Ce l’ho fatta. Non credevo.
Metto l’ipod. Appoggiarsi sulle nuvole e ascoltare la musica.
Ho una sensazione quasi mistica di unione con tutto ciò che esiste. Vabbè. Dietro di me una coppia di pensionati russa piano a bocca aperta. I manager non staccano gli occhi dal sole24ore e trafficano col palmare. Il mondo è bello perché è vario, ma visto dall’alto è ancora più bello.
 
 
 
 
 
 
 
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