L'alfabetizzazione emotiva
Thursday 02 October 2008
Di Luca "Fearless Flyer" Evangelisti 
 
Ogni volta che inizio a lavorare con una persona che ha paura di volare devo, inevitabilmente, cercare, come primo step, di ripristinare e far nuovamente funzionare i giusti contatti e le corrette relazioni del suo universo emotivo, perché sembra che ogni tipo di funzionamento del programma “mondo emotivo” sia stato compromesso.

Quasi nel 100% dei casi, infatti, chi ha paura di volare difficilmente riesce a cogliere le relazioni causali tra il proprio mondo interiore, le proprie emozioni, il proprio modo di guardare ed interpretare il mondo e le caratteristiche del problema che si trova ad affrontare. A chi soffre di aerofobia sembra quasi che la paura di volare arrivi dal nulla, non invitata, che bussi all’uscio di casa senza aver dato nessun preavviso del proprio imminente arrivo. E soprattutto, una volta accolta, risulta molto difficile metterla in una relazione di causa ed effetto con il proprio carattere. Al posto di una stretta correlazione quello che emerge è solo il Nulla, il vuoto pneumatico. Sembra quasi che la paura di volare possa arrivare esattamente come se, passeggiando per strada, ci cadesse un vaso in testa da una finestra. Ed anche una volta che il disagio si è installato e fatto strada, tanto da compromettere la nostra vita in maniera significativa, è raro che ci sia una riflessione profonda e significativa sul “perché” l’aerofobia abbia deciso di avvicinarsi a noi. Nessuna considerazione, nessun inizio di un percorso di introspezione, ed anche laddove ci si interroghi sul “perché” dell’essere colpiti da un disagio incentrato sull’ansia, le risposte che si presentano sono sempre poco significative e quasi sempre insoddisfacenti a spiegare la corretta genesi del problema.

Ed allora, il primo passo che cerco di fare è quello di stimolare una riflessione “storica”, “evolutiva” che possa suggerire l’idea di un possibile percorso di sviluppo della paura di volare e di una consequenzialità emotiva. Come se, dovendo cercare di risalire alla genesi di una broncopolmonite, chiedessi alla persona che ne è affetta se è così sicura che non ci sia stato mai in passato uno starnuto od un colpo di tosse che potesse dare l’idea di una incubazione che si stesse protraendo nel tempo.
A quel punto inizio a fare domande, apparentemente, strane e bizzarre ma che per me sono indispensabili per farmi un quadro sufficientemente fedele della situazione: “ci sono altre situazioni della tua vita che ti danno emozioni altrettanto fastidiose?” E ancora: “Cos’è che temi maggiormente delle situazioni di volo?”, “I tuoi genitori possono essere definiti persone particolarmente ansiose o apprensive”? E via di seguito. E, dopo un primo sguardo smarrito da parte del destinatario delle domande, noto, solo pochi attimi dopo, che i suoi occhi si accendono, come se avessero intuito il senso del mio chiedere. Ed allora la paura di volare si svela non soltanto a me, ma anche al diretto interessato il quale, in quel momento, riesce a capire che il proprio disagio non è altro che un riflesso di un percorso evolutivo ben preciso. Si accorge che la paura di volare non è arrivata in maniera così tanto fortuita e che forse gli aveva in realtà mandato un biglietto di presentazione che però si era perso o era passato fino a quel momento inosservato. Capisce perché l’ansia è l’emozione più importante ed invalidante della sua vita ed intuisce la struttura profonda della propria paura di volare. E quasi sempre, quel preciso momento, segna il primo significativo traguardo del suo percorso di cambiamento. Senza la consapevolezza che si acquisisce attraverso questo primo stadio, difficilmente i risultati dell’analisi saranno soddisfacenti (sia per lui che per me).  Un primo indicatore significativo del successo di questa prima fase di indagine della natura del problema sono le frasi del diretto interessato che risuonano quasi sempre condite di un senso di stupore: “E’ vero, ma come ho fatto a non pensarci prima!!!”, oppure, “Ora capisco perché ho paura dell’aereo ma ho anche paura dell’ascensore, della sciovia e del dentista!!!” “Ora mi è chiaro che la manutenzione dell’aereo non c’entra nulla, perché l’ansia è dentro di me”. Risposte di questo tipo danno l’idea di essersi avvicinati, con un buon margine di approssimazione, al DNA del problema. Ma una volta afferrato il senso della paura, quali sono gli strumenti principali su cui operare? Si chiamano “emozioni.”

La paura di volare, tecnicamente AEROFOBIA, appartiene alla grande famiglia delle FOBIE, uno dei disturbi d’ansia più diffusi nel mondo. Essendo un disturbo D’ANSIA, questa è l’emozione che si prova più spesso ed in maniera più pervasiva. Ed uno degli aspetti più strutturali e ricorrenti nei disturbi d’ansia è proprio questa difficoltà nel muoversi tra le pieghe delle proprie emozioni, attribuendo significati ai propri stati emotivi ed effettuando i giusti collegamenti ed i corretti nessi causa-effetto tra ciò che accade nella vita e le conseguenti emozioni che vengono avvertite.
Per “metterla” in maniera più semplice, alcune credenze, alcune “modalità di pensiero”, alcuni valori sono presenti in maniera costante in tutti i disturbi d’ansia, ne favoriscono la nascita e ne impediscono in maniera significativa la risoluzione; una di queste credenze è L’INTOLLERANZA VERSO LE EMOZIONI (soprattutto se negative). Sembra che manchi (o sia significativamente deficitaria) proprio la capacità di saper leggere e discriminare le proprie emozioni, differenziare la tristezza dalla depressione, ad esempio, l’ansia dall’angoscia. E’ come se, per l’ansioso, esistessero solo due stati emotivi: stato 1) assenza di emozioni (e questo è lo stato maggiormente desiderato); stato 2) presenza di emozioni (lo stato temuto). Il secondo stato, indipendentemente dalla tipologia di emozioni presenti, è ritenuto da evitare accuratamente perché le emozioni, nelle credenze di chi fa questo tipo di ragionamenti, sono comunque sinonimo di sciagura e più se ne prende la distanza meglio è.  Le emozioni in sé sono ritenute un problema, indipendentemente dalla coloritura emotiva. Per quanto qui  possa essere descritto in maniera radicalizzata, vi assicuro che quasi sempre le cose sono interpretate esattamente in questa maniera. E, date queste premesse, è evidente che anche le più piccole emozioni (persino quelle positive), non rispondendo allo stato 1 di assenza di emozioni, vengono interpretate con una marca significativamente negativa. Questo dà vita ad un circuito vizioso per cui, per le stesse motivazioni, invece che avvicinarsi alle emozioni per capirne di più si cerca di starne alla larga in maniera più completa possibile. Ma più si sta lontani da qualcosa, meno la si conosce e approfondisce. Meno la si riconosce e più fa paura e la spirale negativa si perpetua all’infinito. E questo tipo di meccanismo, come si può ben immaginare, è uno dei fattori di mantenimento del problema che è più difficile scardinare e che allaga qualsiasi tipo di circuito che possa permetterci di capire la reale natura del problema. Ed il problema più rimane sconosciuto ed ignoto più ci fa paura…e finché non si dà il via ad un personale percorso di alfabetizzazione  non si compirà il primo ed irrinunciabile passo per iniziare il proprio sentiero di cambiamento verso l’abbandono del problema. 
Le emozioni sono una parte talmente importante di noi, lo scheletro della nostra vita interiore ed esteriore, che non ci possiamo permettere né di controllarle né di ignorarle. La prima strategia è errata perché illusoria: si crede di poter porre un freno alle emozioni e al loro essere foriere di disastri e sconvolgimenti nella propria vita, in realtà proprio questo è il principio che genera il problema, non che lo risolve, e che agita ancora di più quel magma che è dentro di noi e che appare incontrollabile. Le emozioni, indipendentemente dalle nostre intenzioni, troveranno comunque e sempre una propria modalità di espressione; e più cercheremo di ostacolarle, maggiore potrà essere il disagio con il quale la loro manifestazione verrà vissuta. Obiettivi personali del tipo “voglio essere un iceman”, “ho l’obbligo di controllare e soffocare ogni manifestazione emotiva”, “la mia vita dovrà essere sempre priva di qualsiasi interferenze emotiva” sono destinati non solo a fallire ma a generare una serie di problematiche psicologiche che sarà poi necessario affrontare in un secondo momento.

La seconda strategia è errata in quanto perdente perché proteggersi non serve. Non serve mai. Anzi è controproducente perché ci rimanda sempre l'immagine di persone debole e fragili (se non lo fossimo, perché dovremmo proteggerci?) ed alla fine ci convinciamo che sia veramente così. E se cercavamo di proteggerci con l'obiettivo di non sperimentare sensazioni negative, siamo costretti a confrontarci con un emozione ancora più prepotente e gravida di conseguenze come quella di sentirsi persone prive di sufficienti valori e diverse dalla maggior parte delle altre persone. 

Inoltre, se non si interpreta correttamente il fatto che l’ansia è “solo” un segnale di potenziale pericolo, non il pericolo in sé, il disturbo d’ansia troverà un’inesauribile fonte di alimento per la propria crescita. E se non si arriva a distinguere correttamente tra “segnale di minaccia” e “reale minaccia”, se non si guarda negli occhi il “nemico” (le emozioni) e non si cerca di capire meglio come è fatto e quali sono le sue reali fattezze non si esce da questo circuito perverso e si finisce per essere prigionieri di se stessi e dei propri meccanismi disfunzionali.

Il primo passo, allora, è proprio quello di ricostruire il “senso” e la ratio delle proprie emozioni ponendo a se stessi alcune domande importanti: che ruolo ha l’ansia nella mia vita (e non solo nella paura dell’aereo); quali sono le situazioni che tendo ad evitare in maniera più ricorrente? Come è fatta la mia ansia, che forma ha? Quando si attiva? Ci sono dei pulsanti privilegiati che tendono inevitabilmente a scatenare questo tipo di emozione? In quali circostanze e in quali modi riesco a gestirla meglio? In sintesi, avvicinarsi al proprio mondo emotivo è il primo ed unico modo per cercare di sconfiggere il problema. 

Solo trovando una risposta onesta a queste domande si riuscirà e ricondurre le emozioni a quella che è la loro corretta funzione: non quella di nemiche o perturbatrici ma quella di nostre importantissime alleate, nonché strumenti fondamentali non solo per assicurare la nostra crescita individuale ma anche per decifrare in maniera più chiara il personale significato di ogni evento della nostra vita. Più riusciamo ad avvicinarci al profondo significato delle nostre emozioni, maggiori saranno le potenzialità che saremo in grado di sprigionare.

Non dimentichiamo, inoltre, che le emozioni contengono in sé delle componenti che sono indispensabili per orientare il nostro comportamento nella direzione più corretta ed adattiva possibile. La stessa ansia, infatti, nella giusta dose, è una risorsa che predispone l’organismo per una performance ottimale, la tristezza ci segnala il fallimento di un nostro obiettivo e ci comunica di cambiare strategia se siamo intenzionati a raggiungerlo ancora, l’entusiasmo, al contrario, esprime la gioia per il raggiungimento di un fine importante e permette di sottolineare l’efficacia della strategia che abbiamo utilizzato. Le emozioni, insomma, se correttamente gestite ed utilizzate, sono un arma in più a nostra disposizione per una migliore qualità di vita. 

Dunque procuriamoci una poltrona comoda, e, con gli occhi chiusi, cerchiamo di rilassare i nostri muscoli, di allungare il ritmo respiratorio, e prendiamo l’abitudine di avvicinarci giornalmente alle emozioni che viviamo, proviamo a guardare tra le pieghe delle sensazioni, di discriminare tra stati d’animo differenti ed intensità diverse, di legare ogni emozione agli eventi dalle quali sono state evocate e di rintracciare il significato che il nostro universo emotivo cerca di comunicarci.

Ed il nostro benessere psicologico non potrà non trarne giovamento.

 
 
 

Il presente documento è proprietà riservata de www.ilvolo.it. E’ vietata ogni riproduzione anche parziale o utilizzo senza il relativo consenso dei proprietari.





Hai trovato interessante questo articolo? Segnalalo!
Digg!Del.icio.us!Google!Facebook!Technorati!Furl!Yahoo!